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Tra le Alpi e l’Adriatico per conoscere Keber e i suoi vini bio di “territorio”

di Annacarla Tredici

Al confine, tra le Alpi e l’Adriatico, in quel lembo di terra che percorre il Collio italiano al Brda, si scrivono nel segno della viticoltura le vicende di alcune famiglie contadine che rinnovano ancora oggi un sentimento atavico legato al mondo del vino.

Da Cormòns a Medana, grazie anche alle proprietà di nonno Giuseppe, trova possibilità di espressione il giovane Kristian Keber. Ciuffo lungo, occhi sorridenti, voce pacata: si occupa di viticoltura quasi da quando inizia a camminare per mano di mamma Silvana e di suo papà, Edi Keber. Lo studio di libri incentrati sulla coltivazione della vita nel Novecento e sull’utilizzo di animali in vigna, sono alla base del suo approccio a un’agricoltura di tipo biodinamico.

Kristian ha le idee molto chiare, non crede al monovarietale: questo “dettaglio” lo caratterizza ancor più come vignaiolo identitario del Collio “cross-border”. Qui, dove insiste per natura il Flysch, i contadini curavano i vitigni ad “anfiteatro” disseminati sempre in modo promiscuo. Due ettari nella sottozona slovena Kozlink, portano in bottiglia il suo sogno.

Si chiama “Collio” 2018. Un “vino da viti autoctone”, come sottolinea nella nuova veste grafica, prodotto da fermentazione spontanea, macerazione lunga a seconda delle annate, su lieviti indigeni in vasche di cemento. Il sorso è lungo, profondo e persistente.

Definito da una dinamica di beva improntata sulla sapidità, note erbacee, succosi frutti gialli e una piacevole freschezza finale. La trama dell’uvaggio è un gioco d’intrecci di Rebula (Ribolla Gialla), Friulano (ex Tocai) e Malvasia istriana, di circa cinquant’anni d’età, vinificate assieme. Proprio come dovevano aver fatto in passato quei contadini di confine, soprattutto nei periodi di guerra. Una zappata e un sorso di vino come inno alla patria.