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Soave Versus: il presente e futuro del Soave che guarda al “Bio” sempre più da vicino

Soave Versus

di Annacarla Tredici

Un libro per divulgare un terroir antico quanto giovane, in termine di potenzialità. Non il solito manuale da mettere sullo scaffale, ma un lavoro di ricerca certosino e ben curato, nel quale si annunciano le 33 nuove UGA (unità geografiche aggiuntive) inserite recentemente nel disciplinare e riconosciute come patrimonio di rilevanza mondiale.

All’interno di “Soave Terroir” (per maggiori info è possibile contattare il Consorzio del Soave), c’è la firma di una sola donna, Chiara Maria Mattiello, “guida” appassionata e dotta di questo lembo di terra durante il Soave Versus.

 

Quest’anno, la ventennale manifestazione ha dato modo di evidenziare – già prima di arrivare al calice – diversi aspetti di questa denominazione e di divulgare i diversi biotipi di uva Garganega (almeno 7) presente in quest’area vitivinicola. Il sistema di allevamento prevalente è la pergola, che offre la possibilità di raccogliere almeno 320 quintali di uva per ettaro.

 

 

Il tema della longevità, fil rouge della degustazione Soave Seven al Bacco d’Oro di Mezzane, si è allacciato da subito a quello di una agricoltura biologica, sempre più in divenire in quest’area. Erano 54 le cantine coinvolte che hanno presentato l’annata in corso sul mercato e quella maturata di almeno di sette anni (da qui il nome della degustazione), fino a giungere indietro all’anno 2006. Un modo per cogliere il passare del tempo ma anche la storia di un’azienda, del passaggio da un’agricoltura canonica a una biologica, biodinamica o “naturale”, oltre che al cambio di generazioni. 

Il presidente Gini

Scegliere di coltivare le proprie vigne in biologico, biodinamico è prima di tutto un segno di rispetto e riconoscenza verso la terra e la natura, un bene prezioso da custodire di cui bisogna prendersene cura. Coinvolgere le nuove generazioni di viticoltori è per noi un impegno primario. Un sogno realizzabile, quello che tutte le colline del Soave passino a Bio, anche per dare un ulteriore valore alle 33 nuove UGA”, ha affermato il presidente Sandro Gini.

Non tutti i vini sono riusciti a resistere all’andare del tempo, ma è anche vero che non per forza un vino ha valore solo se è “longevo”. Alcune referenze non erano neanche state pensate per durare. E’ saltato al palato, però, come molti hanno ben interpretato il tipo di suolo vulcanico o calcareo da cui provenivano. Questo dato fa ben percepire che c’è un filo condurre: quello di voler valorizzare l’area di provenienza, la propria unità geografica.

Di aver consapevolezza della terra di cui si è figli e volerla raccontare nella bottiglia.

In degustazione, per i calici bio, si sono distinti:

Filippi con Castelcerino 2018, dal naso fruttato con bel bouquet di fiori gialli e una bocca sapida, molto piacevole nella lunghezza;

Gini con La Froscà 2016, dalle note floreali di camomilla e piccoli fiori bianchi, con rimandi balsamici, dalla buona sapidità e fresco al palato;

Coffele con Alzari 2018, dal naso spicca la nota floreale di ginestra e di frutta matura, con un palato rotondo, succoso, dalla bella struttura.