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I vini bio e biodinamici riscuotono più successo nelle guide. Specie all’estero.

Valutare in modo oggettivo un vino, e quindi assegnarvi un punteggio, è impresa (quasi) “impossibile”. Esistono molte variabili e troppa soggettività che stanno alla base del lavoro di un critico o di un degustatore.

Motivo per il quale sarebbe sempre goduto riunione un tavolo di lavoro che ha un metro quanto più simile di esperienza e valutazione.

Tutto questo non toglie, però, che nelle serie storiche e nell’incrocio dei punteggi di guide diverse non si riesca a costruire un modello in grado di approssimarsi il più possibile ala realtà.

Ed è esattamente ciò che hanno fatto due economisti, Magali Delmas  dell’Università della California di Los Angeles, e Olivier Gergaud della Kedge Business, in Francia.

I due hanno aggregato 128.000 punteggi di 30 diversi wine experts francesi, compresi i curatori delle tre guide principali – Gault & Millau, Gilbert Gaillard e Bettane Desseauve – pubblicati tra il 1995 e il 2015, di vini compresi in una fascia di prezzo che va dai 5 ai 450 dollari.


Dimostrando, così, che i vini bio e biodinamici hanno mediamente punteggi molto più alti dei vini convenzionali o prodotti responsabilmente.

Nello specifico, i vini certificati bio raccolgono in media 6 punti in più di quelli convenzionali, quelli biodinamici addirittura 11,8 punti in più, con i vini sostenibili – quasi sempre senza alcuna certificazione – che invece hanno punteggi medi pressappoco identici a quelli dei vini tradizionali.

Che sia il segno di quanto sostenuto da molti, anche da wine critics come Jancis Robinson e Robert Parker, ossia che la qualità dei vini biologici e biodinamici, oggi, è superiore a quella degli altri vini?

Difficile dirlo, di certo nei concorsi la percentuale dei vini bio e biodinamici premiati è molto superiore alla percentuale di quelli in concorso.

Manca, però, una conferma, anche per la difficoltà oggettiva di analizzare certi numeri: in Usa, ad esempio, i vini bio e biodinamici recensiti sono, in media, l’1% del totale, una percentuale troppo bassa.

In Francia, invece, si arriva all’8%, il che, come abbiamo visto, garantisce un volume di dati sufficiente a individuare una tendenza.